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27
nov

La caduta – Giuseppe Parini

Autore: Francesca  Archiviato in poesia   Tags:

Quando Orion dal cielo

declinando imperversa

e pioggia e nevi e gelo

sopra la terra ottenebrata versa,

me spinto ne la iniqua

stagione, infermo il piede,

tra il fango e tra l’obliqua

furia de’ carri la città gir vede;

e per avverso sasso

mal fra gli altri sorgente

o per lubrìco passo

lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo; e gli occhi

tosto gonfia commosso

che il cubito o i ginocchi

me scorge o il mento dal cader percosso.

Altri accorre; e: – Oh infelice

e di men crudo fato

degno vate! – mi dice;

e, seguendo il parlar, cinge il mio lato

con la pietosa mano;

e di terra mi toglie;

e il cappel lordo e il vano

baston dispersi ne la via raccoglie:

- Te ricca di comune

censo la patria loda;

te sublime, te immune

cigno da tempo che il tuo nome roda

chiama gridando intorno;

e te molesta incìta

di poner fine al Giorno

per cui cercato a lo stranier ti addita.

Ed ecco il debil fianco

per anni e per natura

vai nel suolo pur anco

fra il danno strascinando e la paura:

né il sì lodato verso

vile cocchio ti appresta

che te salvi a traverso

de’ trivi dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima! prendi

prendi novo consiglio,

se il già canuto intendi

capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai,

non amiche, non ville

che te far possan mai

nell’urna del favor preporre a mille.

Dunque per l’erte scale

arrampica qual puoi;

e fa’ gli atri e le sale

ogni giorno ulular de’ pianti tuoi.

O non cessar di porte

fra lo stuol de’ clienti,

abbracciando le porte

de gl’imi che comandano a i potenti;

e lor mercé penètra

ne’ recessi de’ grandi;

e sopra la lor tetra

noia le facezie e le novelle spandi.

O, se tu sai, più astuto

i cupi sentier trova

colà dove nel muto

aere il destin de’ popoli si cova;

e fingendo nova esca

al pubblico guadagno

l’onda sommovi e pesca

insidioso nel turbato stagno.

Ma chi giammai potrìa

guarir tua mente illusa

o trar per altra via

te ostinato amator de la tua Musa?

Lasciala: O, pari a vile

mima, il pudore insulti,

dilettando scurrile

i bassi geni dietro al fasto occulti -.

Mia bile, al fin costretta

già troppo, dal profondo

petto rompendo, getta

impetuosa gli argini; e rispondo:

- Chi sei tu che sostenti

a me questo vetusto

pondo e l’animo tenti

prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.

Buon cittadino, al segno

dove natura e i primi

casi ordinar, lo ingegno

guida così che lui la patria estimi.

Quando poi d’età carco

il bisogno lo stringe,

chiede opportuno e parco

con fronte liberal che l’alma pinge.

E se i duri mortali

a lui voltano il tergo,

ei si fa, contro a i mali,

de la costanza sua scudo ed usbergo.

Né si abbassa per duolo,

né s’alza per orgoglio -.

E ciò dicendo, solo

lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.

Così, grato a i soccorsi,

ho il consiglio a dispetto;

e privo di rimorsi,

col dubitante piè torno al mio tetto.

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