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16
nov

Morte di Ermengarda – Alessandro Manzoni

Autore: Francesca  Archiviato in poesia   Tags:

Sparsa le trecce morbide

sull’affannoso petto,

lenta le palme,e rorida

di morte il bianco aspetto,

giace la pia ,col tremolo

sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto:unanime

s’innalza una preghiera:

calata in su la gelida

fronte, una man leggiera

sulla pupilla cerula

stende l’estremo vel.

Sgombra ,o gentil, dall’ansia

mente i terrestri ardori;

leva all’Eterno un candido

pensier d’offerta, e muori:

fuor della vita è il termine

del lungo tuo martir.

Tal della mesta,immobile

era quaggiuso il fato:

sempre un obblio di chiedere

che le saria negato;

e al Dio de’ santi ascendere,

santa del tuo patir.

Ahi!nelle insonni tenebre,

pei claustri solitari,

tra il canto delle vergini,

ai supplicati altari,

sempre al pensier tornavano

gl’irrevocati dì;

quando ancor cara, improvida

d’un avvenir mal fido,

ebbra spirò le vivide

aure del Franco lido,

e tra le nuore Saliche

invidiata uscì:

quando da un poggio aereo,

il biondo crin gemmata,

vedea nel pian discorrere

la caccia affaccendata,

e sulle sciolte redini

chino il chiomato sir;

e dietro a lui la furia

de’ corridor fumanti;

e lo sbandarsi,e il rapido

redir dei veltri ansanti

e dai tentati triboli

l’irto cinghiale uscir;

e la battuta polvere

rigar di sange,colto

dal regio stral:la tenera

alle donzelle il volto

volgea repente,pallida

d’amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

lavacri d’Aquisgrano!

ove, deposta l’orrida

maglia,il guerrier sovrano

scendea del campo a tergere

il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

dell’erba inaridita,

fresca negli arsi calami

fa rifluir la vita,

che verdi ancor risorgono

nel temperato albor;

tale al pensier,cui l’empia

virtùd’amor fatica,

discende il refrigerio

d’una parola amica,

e il cor diverte ai placidi

gaudii di un altro amor.

Ma come il sol che reduce

l’erta infocata ascende,

e con la vampa assidua

l’immobil aura incende,

risorti appena i gracili

steli riarde al suol;

ratto così dal tenue

obblio torna immortale

l’amor sopito, e l’anima

impaurita assale,

e le sviate immagini

richiama al noto duol.

Sgombra,o gentil,dall’ansia

mente i terrestri ardori;

leva all’Eterno un candido

pensier d’offerta, e muori:

nel suol che dee la tenera

tua spoglia ricoprir,

altre infelici dormono,

che il duol consunse;orbate

spose dal brando, e vergini

indarno fidanzate;

madri che i nati videro

trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

degli oppressor discesa,

cui fu prodezza il numero,

cui fu ragion l’offesa,

e dritto il sangue, e gloria

il non aver pietà,

te collocò la provida

sventura in fra gli oppressi:

muori compianta e placida;

scendi a dormir con essi:

alle incolpate ceneri

nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

si ricomponga in pace;

com’era allor che improvida

d’un avvenir fallace,

lievi pensier virginei

solo piangea. Così

dalle squarciate nuvole

si svolge il sol cadente,

e, dietro il monte,imporpora

il trepido occidente:

al pio colono augurio

di più sereno dì.

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